LA MAGGIOR TUTELA DELLA PERSONA OFFESA NEL PROCESSO PENALE DOPO LA RIFORMA ORLANDO (L. n. 103/2017)

E’ in atto da parte del Legislatore nel nostro ordinamento un lento e graduale cammino di potenziamento dei diritti, delle facoltà e dei poteri della persona offesa vittima di reato nell’ambito del processo penale, con un suo coinvolgimento più diretto e una sua partecipazione maggiore al procedimento, seppur non senza criticità e difficoltà ancora non appianate, in virtù soprattutto della settorialità con cui il Legislatore ha scelto di intervenire nella normativa codicistica. Gli interventi legislativi sono stati vieppiù dettati dall’applicazione e dal recepimento in Italia di principi sanciti a livello internazionale ed europeo in tema di tutela della persona offesa, fenomeno sollecitato negli ultimi anni dall’allarme sociale provocato dalle varie forme di criminalità violenta via via emergenti (terrorismo, tratta di essere umani, sfruttamento di minori, violenza contro le donne in cui spesso il reato si consuma in contesti dove preesistono legami affettivi tra la vittima e il suo aggressore, violenza endofamiliare). Con l’entrata in vigore della L. 23 giugno 2017, n. 103 (c.d. Riforma Orlando) si sono fatti ulteriori passi avanti nella tutela e partecipazione della persona offesa nel processo penale, sulla scia della applicazione dei principi previsti dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 11 maggio 2011 (ratificata dall’Italia il 27 giugno 2013) e dei successivi provvedimenti legislativi quali la L. n. 119/2013 (c.d. legge sul ”femminicidio”) ed il d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212 (di applicazione della direttiva  2012/29/UE in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato). La L. 119/2013 (c.d. legge sul “femminicidio”), in applicazione e recepimento della disciplina prevista dalla Convenzione di Istanbul, ha introdotto importanti novità di potenziamento dei diritti della persona offesa nel processo penale, successivamente sviluppate dalla c.d. riforma Orlando. Una delle principali innovazioni introdotte dalla L. 119/2013 è stato il comma 3-bis dell’art. 408 c.p.p., che prevede l’obbligo di notificazione dell’avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa, anche se quest’ultima non ha chiesto di esserne avvisata, quando si procede per delitti commessi con violenza alla persona. E’ una novità decisamente importante, che va a tutelare tutta quella schiera di vittime da delitti commessi con violenza alla persona, che nel proporre denuncia o querela non hanno chiesto di essere avvisate in caso di richiesta di archiviazione e che nel caso in cui il Pubblico Ministero avesse formulato richiesta di archiviazione, non ne avrebbero avuto notizia, non avrebbero potuto proporre opposizione e con ogni probabilità il procedimento sarebbe stato archiviato. Decisamente importante per questo tipo di procedimenti concernenti delitti commessi con violenza alla persona, è anche l’aumento del termine per poter proporre l’opposizione all’archiviazione. Per questa tipologia di delitti l’originario termine di dieci giorni per proporre l’opposizione era stato innalzato a venti giorni dalla L. 119/2013 ed ora, dal 3 agosto 2017, questo termine è stato esteso a trenta giorni dalla L. 103/2017 (c.d. Riforma Orlando). Per quanto concerne i reati comuni la L. 103/2017  ha innalzato l’originario termine (assai ristretto) di dieci giorni per proporre l’opposizione, a venti giorni. Era una riforma auspicabile, in quanto l’originario termine di dieci giorni era troppo ristretto per poter svolgere adeguatamente e compiutamente tutte le dovute attività difensive connesse all’esame, studio, valutazione e predisposizione di una efficace opposizione alla richiesta di archiviazione. Si tratta di norme rilevanti, che riconoscono alla persona offesa maggiori garanzie difensive per l’esercizio dei propri diritti, conferendo nello specifico la possibilità di poter esaminare più compiutamente gli atti processuali, valutare con maggior serenità la opportunità o meno di proporre opposizione all’archiviazione, nonchè di analizzare con la dovuta ponderazione quali investigazioni richiedere.   Sempre in tema di avviso della richiesta di archiviazione, la L. 103/2017 ha anche introdotto l’obbligo di notifica del predetto avviso alla persona offesa ogniqualvolta si procede per il reato di cui all’art. 624-bis c.p. (furto in appartamento e furto con strappo). Al di là della censura sulla discutibile tecnica normativa casistica e settoriale del Legislatore, va però apprezzato che a fianco dei delitti commessi con violenza alla persona, è stato accostato nell’art. 408 comma 3-bis c.p.p., un delitto contro il patrimonio, quale è la fattispecie dell’art. 624bis c.p., e questo anticipa quanto si dirà infra sulla problematica dell’individuazione dei “delitti con violenza alla persona”.

Un’altra innovazione di rilievo introdotta dalla L. 119/2013 sono stati gli obblighi di informativa alla persona offesa con riguardo alle misure cautelari, quando si procede per delitti commessi con violenza alla persona. In particolare è stato introdotto il comma 2-bis all’art. 299 c.p.p., che prevede l’obbligo di comunicazione alla persona offesa e ai servizi socio assistenziali dei provvedimenti di revoca o sostituzione della misura cautelare. E’ una importante innovazione perché consente alla persona offesa di essere avvisata dei cambiamenti significativi legati alla misura cautelare in essere. La misura cautelare in questi casi, infatti, viene adottata proprio a tutela della incolumità della persona offesa, per impedire potenziali contatti tra indagato e persona offesa, nonchè per evitare la reiterazione delle condotte criminose. In caso di caducazione della misura la persona offesa debitamente avvisata potrà adottare tutte le conseguenti determinazioni. Prima dell’introduzione di tale norma, la persona offesa senza alcun preavviso poteva trovarsi improvvisamente nuovamente a contatto con l’autore delle condotte denunciate, con tutte le conseguenze che potevano scaturirne.

Parimenti rilevante è stata anche l’introduzione al comma 3 dell’art. 299 c.p.p. dell’obbligo di notifica alla persona offesa o al suo difensore della richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare, a pena di inammissibilità della istanza stessa. L’onere della notificazione è a carico del richiedente, che deve dimostrare al Giudice procedente di aver preliminarmente notificato l’istanza alla persona offesa. Quest’ultima entro due giorni dalla notifica può presentare memorie al Giudice e, quindi, interloquire ed intervenire nel processo decisorio, esponendo al Giudice tutte le proprie ragioni prendendo posizione sulle richieste dell’indagato/imputato. E’ una norma importante che consente da un lato alla persona offesa di sapere che è stata chiesta la revoca o la modifica della misura cautelare e dall’altro le consente di partecipare direttamente al processo decisorio, portando a conoscenza del Giudice tutti gli elementi validi per opporsi alla richiesta ed evidenziare la sussistenza di esigenze cautelari. Non è infrequente, infatti, che le richieste di modifica della misura cautelare concernano fatti ed aspetti legati alla vita relazionale dell’indagato e della persona offesa (nei casi ad es. di atti persecutori o di maltrattamenti) di cui il Giudice potrebbe non essere a conoscenza, per quanto precise e puntuali possano essere le indagini. In questi casi ben potrà la persona offesa evidenziare al Giudice nella propria memoria tutti gli elementi e tutte le esigenze cautelari per chiedere di non accogliere la richiesta.

Tutte le innovazioni sin qui illustrate riguardano principalmente i “delitti commessi con violenza alla persona”. Questa è la locuzione adottata dal Legislatore. Una problematica di non poco conto concerne l’individuazione di questo tipo di delitti. Il Legislatore, infatti, non ne da una definizione, né indica specificatamente di quali fattispecie particolari si tratti, ma lascia all’interprete la loro individuazione e questa operazione non è certo scevra di criticità.

Ancora oggi a distanza di quattro anni dall’entrata in vigore della legge, si registrano casi in cui ad esempio si procede per rapina ed alcuni Giudici (nello stesso procedimento) non ritengono applicabile la normativa in tema di notifica preventiva dell’istanza ex art. 299 c.p.p. alla persona offesa, mentre altri, al contrario, la ritengono applicabile, dichiarando inammissibile l’istanza non previamente notificata alla persona offesa dal difensore dell’imputato ex art. 299 comma 3 c.p.p.

Tornando all’individuazione dei delitti commessi con violenza alla persona, innanzitutto il Legislatore ha scelto di limitare questa categoria ai soli delitti, escludendo, così, le contravvenzioni dal novero di questa tipologia di reati. La locuzione utilizzata infatti nei provvedimenti legislativi è “delitti commessi con violenza alla persona” e non reati.

Nell’ambito di queste fattispecie sono certamente ricompresi i delitti che prevedono l’utilizzo della violenza fisica e della violenza sessuale. Più problematico è stato, invece, il processo di riconoscimento dei delitti che prevedono l’utilizzo della violenza psicologica o morale (stalking, minacce, maltrattamenti in famiglia con minacce e altri mezzi psicologici, etc). Una parte della giurisprudenza, infatti, ritiene che tali fattispecie non configurino delitti commessi con violenza alla persona, riallacciandosi ad un preesistente orientamento riguardante l’interpretazione dell’art. 649 comma 3 c.p. (cfr. Cass. pen., sez. II, 15 marzo 2005, n. 13694), mentre altra parte della giurisprudenza ritiene pacificamente che anche la violenza psicologica o morale rientri nel novero del concetto di violenza alla persona. Il 16 marzo 2016 è intervenuta la Corte di Cassazione a Sezione Unite con la sentenza n. 10959 per sancire che “deve intendersi la «violenza alla persona» alla luce del concetto di violenza di genere, quale risulta dalle relative diposizioni del diritto internazionale recepite e del diritto comunitario: quindi comprensivo anche della violenza morale o psicologica.” La Suprema Corte ha, quindi, stabilito che nel novero dei delitti commessi con violenza alla persona rientrano anche a pieno titolo quelli realizzati con violenza morale o psicologica. Il caso nasceva da una denuncia-querela per atti persecutori archiviata dal GIP di Milano, senza che si fosse disposta la notificazione dell’avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa ex art. 408 comma 3-bis c.p.p. Quest’ultima a mezzo del proprio difensore ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione dell’art. 408 comma 3bis c.p.p. per l’omessa notifica dell’avviso di richiesta di archiviazione per in un procedimento per delitto commesso con violenza alla persona quale sarebbe lo stalking. Le Sezioni Unite hanno basato la loro decisione sui principi giuridici pronunciati a livello internazionale sia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del maggio 2011, sia dalla Direttiva 2012/29 UE in materia di diritti, assistenza e protezione della vittima di reato, entrambe recepite ed applicate nel diritto interno italiano. La Convenzione di Istanbul è stata ratificata dall’Italia nel 2013 ed attuata con la L. 119/2013 (c.d. legge sul femminicidio), mentre la Direttiva 2012/29 UE è stata attuata con il d.lgs. 15/12/2015 n. 212. Entrambi i provvedimenti sovrannazionali forniscono importanti definizioni di violenza alla persona. La Convenzione di Istanbul all’art. 3 lett. A) definisce la violenza alle donne come: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. La direttiva 2012/29 UE fornisce (premessa n. 17) la nozione di violenza di genere, definendola come “la violenza diretta contro una persona a causa del suo genere, della sua identità di genere o della sua espressione di genere o che colpisce in modo sproporzionato le persone di un particolare genere. Può provocare un danno fisico, sessuale o psicologico, o una perdita economica alla vittima. La violenza di genere è considerata una forma di discriminazione e una violazione delle libertà fondamentali della vittima e comprende la violenza nelle relazioni strette, la violenza sessuale (compresi lo stupro, l’aggressione sessuale e le molestie sessuali), la tratta di esseri umani, la schiavitù e varie forme dannose, quali i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile e i c.d. “reati d’onore””. La violenza nelle relazioni strette viene a sua volta definita dalla Direttiva in esame (premessa n. 18) come “quella commessa da una persona che è l’attuale o l’ex partner della vittima ovvero da un altro membro della sua famiglia, a prescindere se l’autore del reato conviva o abbia convissuto con la vittima. Questo tipo di violenza potrebbe includere la violenza fisica, sessuale, psicologica o economica e provocare un danno fisico mentale o emotivo, o perdite economiche”. Si tratta di definizioni che non compaiono nei tradizionali testi normativi di produzione interna, ma che tuttavia, per il tramite del diritto internazionale, sono entrate a far parte dell’ordinamento nazionale e influiscono sulla applicazione del diritto. Le norme convenzionali recepite attraverso legge di ratifica sono infatti sottoposte, anche alla luce del comma 1 dell’art. 117 Cost., all’obbligo di interpretazione conforme, che impone, ove la norma interna si presti a diverse interpretazioni o abbia margini di incertezza, di scegliere quella che consenta il rispetto degli obblighi internazionali.

Da qui la decisione delle Sezioni Unite di ricomprendere anche la violenza psicologica o morale nel novero della violenza alla persona, essendo tale tipo di violenza ricompreso esplicitamente nelle definizioni di violenza alla persona enucleate dai provvedimenti sovrannazionali recepiti dall’Italia.

In virtù di quanto chiarito dalle Sezioni Unite rientrano, quindi, nel novero dei “delitti commessi con violenza alla persona” tutte le fattispecie criminose realizzate con vessazioni psicologiche e morali o con minaccia, come ad esempio lo stalking, i maltrattamenti morali o psicologici ed anche la rapina, l’estorsione, la violenza privata quando sono commessi con minaccia alla persona.

Le definizioni formulate in ambito internazionale, come abbiamo visto, sono tuttavia più estese e non riguardano solo i casi di violenza fisica, sessuale e piscologica, ma si spingono anche a considerare il concetto di violenza economica. Sia la Convenzione di Istanbul che la Direttiva 2012/29 UE ricomprendono in queste forme di violenza alla persona anche la violenza di natura economica.

Attenendosi, quindi, ai principi pronunciati a livello internazionale e in virtù della loro applicazione nell’ordinamento interno, essendo stati ratificati e recepiti dalla Italia, tutta la normativa concernente i delitti commessi con violenza alla persona dovrebbe necessariamente essere estesa anche alle fattispecie realizzate con violenza economica, come potrebbero essere i delitti di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.), di violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile (art. 12 sexies L. 898/70), di danneggiamento (art. 635 c.p.), di furto e a maggior ragione di rapina, estorsione, etc.

Come già anticipato, la L. 103/2017 (Riforma Orlando) ha introdotto nell’art. 408 comma 3-bis c.p.p. a fianco dei delitti commessi con violenza alla persona, anche la fattispecie di furto in appartamento e furto con strappo ex art. 624-bis c.p., tra i reati per i quali è obbligatorio l’avviso alla persona offesa della richiesta di archiviazione. Dunque il Legislatore nazionale ha introdotto esplicitamente nella predetta norma un reato contro il patrimonio e quindi realizzato con violenza economica. Forse è un primo passo nell’estensione della predetta normativa anche ai reati realizzati con violenza economica, come già previsto dalle norme internazionali.

Chiaramente l’estensione dell’applicazione della normativa ai delitti commessi con violenza economica è lasciato ora all’interprete e quindi alle decisioni della giurisprudenza. Certo se è dovuta intervenire la Suprema Corte a Sezioni Unite per chiarire che la violenza psicologica è violenza alla persona, l’eventuale estensione del concetto anche alla violenza economica non sarà facile.

Ulteriori novità non certo meno importanti a tutela e rafforzamento dei diritti della persona offesa sono state introdotte dalla L. 119/2013, quali: la previsione dell’arresto obbligatorio in flagranza per il reato di maltrattamenti e atti persecutori; l’introduzione della misura precautelare dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare ad opera della polizia giudiziaria anche solo previa autorizzazione telefonica del P.M. (art. 384 bis c.p.p.); possibilità di intercettazioni telefoniche o ambientali anche per il reato di atti persecutori; introduzione degli obblighi di comunicazione alla persona offesa delle ordinanze applicative delle misure cautelari ex art. 282-bis (allontanamento dalla casa familiare) e 282-ter c.p.p. (divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa); la modifica della norma relativa alla misura cautelare degli arresti domiciliari (art. 284 c.p.p.), valorizzando le esigenze di tutela della persona offesa; l’introduzione dell’aggravante comune del nuovo art. 61 n. 11-quinquies c.p. per aver commesso il fatto in presenza o in danno di un minore o in danno di una donna in stato di gravidanza; la previsione della comunicazione obbligatoria al Tribunale per i Minorenni, ex art. 609-decies comma 2 c.p., quando si procede per i reati di maltrattamenti, atti persecutori e violenza sessuale aggravata commessa in danno di minori o dal genitore di minorenne contro l’altro genitore, ai fini del giudizio sull’affidamento dei figli o della decadenza dalla responsabilità genitoriale; introduzione dell’obbligo di notifica alla persona offesa dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis c.p.p. per i reati di maltrattamenti e atti persecutori (non si capisce perché il Legislatore sia intervenuto solo con riferimento a questi due tipi di reati e non abbia invece esteso la norma a tutti i reati; è auspicabile, infatti, che l’avviso di conclusione delle indagini possa e debba essere notificato alla persona offesa sempre, al fine di realizzare un effettivo contraddittorio e una piena conoscenza degli atti e del procedimento anche alla persona offesa, quando le indagini sono concluse); l’introduzione di una modalità protetta dell’audizione della vittima in dibattimento (art. 498, comma 4 quater c.p.p.) per reati sessuali, maltrattamenti, tratta di persone, riduzione in schiavitù, prostituzione e pornografia minorile, stalking; la previsione di disposizioni acceleratorie dei processi: durata massima della fase delle indagini preliminari di 1 anno (per reati ex artt. 572, 612-bis c.p.) e precedenza nella formazione dei ruoli d’udienza e di trattazione dei processi (per reati ex artt. 572, 612-bis c.p. e reati sessuali); estensione in deroga ai limiti di reddito del diritto all’accesso al Patrocinio a Spese dello Stato alla persona offesa per i delitti ex art 572, 612-bis, 583-bis c.p., diritto che era in precedenza previsto per i soli reati sessuali; introduzione dell’obbligo di fornire alla persona offesa tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio ed in particolare nella zona di residenza.

Il D.lgs. 15/12/2015 n. 212, in applicazione della Direttiva 2012/29/UE in materia di diritti, assistenza e protezione della vittima di reato ha, poi, introdotto nel codice di procedura penale l’art. 90bis che disciplina tutti gli avvisi e le informazioni da fornire alla persona offesa al primo contatto con l’autorità procedente, sui propri diritti e facoltà.

La L. 103/2017 (Riforma Orlando), entrata in vigore il 3 agosto 2017, ha da ultimo introdotto altre novità a tutela della persona offesa, in applicazione dei principi sanciti dalla già citata Direttiva 2012/29 UE.

Con riguardo ai diritti informativi si è anzitutto riconosciuto alla persona offesa il diritto di chiedere all’autorità procedente informazioni relative allo stato del procedimento, senza pregiudizio del segreto investigativo, una volta che siano decorsi sei mesi dalla presentazione della denuncia o della querela (art. 335 comma 3-ter c.p.p.). Coerentemente, si è inserito nella comunicazione sui diritti della persona offesa di cui all’art. 90-bis c.p.p. l’avviso della «facoltà di ricevere comunicazione del procedimento e delle iscrizioni di cui all’articolo 335, commi 1, 2 e 3-ter». Affinchè questa integrazione informativa abbia un senso, è evidente che deve avere un contenuto ulteriore e diverso rispetto alla certificazione che già la persona offesa può avere ai sensi dell’art. 335 comma 3 c.p.p. La certificazione “ordinaria” ha ad oggetto un’indicazione della segreteria sulla materiale pendenza del fascicolo, sulla qualificazione giuridica del fatto e sulle generalità dell’indagato. La novità introdotta deve prevedere ovviamente qualcosa di più: la persona offesa ha diritto di sapere lo “stato del procedimento”, conseguentemente va dettagliato se siano o no ancora in corso le indagini preliminari, se il P.M. si sia determinato rassegnando le sue conclusioni, etc. E’ allora da ritenere che la persona offesa abbia diritto ad essere notiziata anche delle eventuali determinazioni interlocutorie (ad es. richiesta di proroga del termine delle indagini, richiesta di incidente probatorio, trasferimento del fascicolo per competenza territoriale, etc.). L’unico limite che può opporsi al diritto di conoscenza è ovviamente quello del segreto investigativo, per cui determinate attività “sensibili” non potranno essere rivelate, a pena di recare pregiudizio alle indagini ed alla stessa persona offesa (ad es. richieste cautelari, intercettazioni, perquisizioni). La comunicazione che riporta, quindi, lo stato del procedimento potrebbe sostanziarsi nell’informare che sono ancora in corso le indagini, oppure che è stato emesso avviso di conclusione indagini ex art. 415-bis c.p.p., che è stata presentata richiesta di archiviazione, che è stata fissata udienza preliminare o dibattimentale di citazione diretta a giudizio, che il procedimento è stato trasferito per competenza ad altro Tribunale, etc. Va aggiunto che la sussistenza del segreto investigativo sarebbe l’unica ragione che potrebbe impedire di comunicare alla persona offesa lo stato del procedimento, anche quando si riferisse ad uno dei delitti ex art. 407 comma 2 lett. A) c.p.p. Il nuovo comma 3-ter dell’art. 335 c.p.p., infatti, è norma speciale rispetto alla previsione generale di cui al precedente comma 3, laddove la certificazione è esclusa nei casi in cui si procede per uno dei delitti di cui all’art. 407 comma 2 lett. A) c.p.p., con la conseguenza che il diritto di informazione in favore della persona offesa non solo è prevalente, ma trova la sola unica eccezione nella esigenza di tutela del segreto investigativo, ove sussistente. Quindi la persona offesa avrebbe diritto a conoscere lo stato del procedimento anche se si procede ex art. 407 comma 2 lett. A) c.p.p.

Sono apprezzabili le novità introdotte nel codice di rito a tutela della persona offesa negli ultimi anni ed è indubbio che è in atto un processo di rafforzamento dei suoi diritti e del suo ruolo nel processo penale, ma si potrebbe fare ancor di più iniziando a coordinare le norme già esistenti per cui il Legislatore ha operato interventi settoriali e casistici con previsioni normative inerenti solo a singoli reati, estendendole a categorie criminose più ampie e meno settoriali. Si auspica un intervento in tal senso.

Fabio Ria

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